venerdì 22 aprile 2016

La fortezza della solitudine

Dylan è bianco, Mingus è mulatto di padre nero.
Entrambi vivono in un quartiere nero di Brooklyn.
Per Dylan la vita è difficile ma si adatta perché nulla può fare. È un ragazzo bianco. Una rarità. La scelta non è sua ma ci prova ad adattarsi e a farsi accettare. La famiglia è ancora più complicata. Il padre dipinge, la madre scappa di casa.
La vita per Mingus è più facile. Nonostante la madre bianca (che non c'è) è comunque un nero in mezzo ai neri.
La loro amicizia è particolare, fatta di fumetti, scritte sui muri e poche, pochissime parole.
Ma Dylan cresce e si lascia dietro Mingus e la sua vita in Dean Street.
La seconda parte troviamo Dylan adulto, una laurea a Berkeley in tasca, una vita in cerca del futuro. La musica continua a scandire la sua esistenza. I musicisti, sopratutto neri, le loro storie, le loro canzoni, diventano parte di lui in questa ricerca.
Lethem ci trascina in quegli anni, e scandisce lo scorrere del tempo con la musica. Sono gli anni settanta, sono gli anni ottanta, sono gli anni novanta. E siamo in un quartiere difficile e in un mondo difficile. Ma lo fa con dolcezza, senza forzare la mano. Ci guida con poesia e dolore allo stesso tempo.
Dopo aver letto Chronic City e averlo apprezzato (ha pure sbagliato il mio nome due volte, l'autore), la fortezza della solitudine è un "eccezionale" anobiiano. Per tutto: la scrittura, la storia, i sentimenti suscitati. 


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